Alle 3.40 del mattino di un anno fa, un’ora prima che Vladimir Putin annunciasse l’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, Denys Tkach moriva in un posto di blocco alla periferia di Zorynivka, un villaggio del Lugansk al confine con la Russia. Il sergente maggiore Tkach aveva 36 anni e fu la prima vittima della guerra scatenata dal presidente russo, che da allora ha provocato centinaia di migliaia di morti: un numero vago, perché è impossibile contare i corpi rimasti sul terreno nella nebbia di guerra e della propaganda.
Oggi è l’anniversario di quella giornata incredibilmente triste e dolorosa, ma è anche una giornata importante dal punto di vista diplomatico: non perché siamo vicini a una soluzione del conflitto, purtroppo, ma perché sia Pechino che le Nazioni Unite hanno presentato dei piani di pace. Ora che siete tornati a bordo di AmericaCina, possiamo salpare come ogni giorno per navigare le acque — tempestose — della politica internazionale.
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Irina e Alexander: per sei mesi hanno vissuto in Piemonte (foto di Lorenzo Cremonesi)
«Un brutto incubo». «Non potevamo crederci». «Sembrava irreale, impossibile che potesse accadere nella nostra epoca, come fossimo stati precipitati all’improvviso nel Medioevo», rispondono a caldo gli ucraini ricordando le loro prime reazioni alla notizia che l’esercito russo stava invadendo il loro Paese . «Alle 6 e 40 della mattina del 24 febbraio telefonò mia madre per avvisarmi: i tank di Putin stavano correndo verso Kiev. Ricordo che misi la testa sotto il cuscino e rimasi immobile per oltre mezz’ora , volevo illudermi che fosse solo un brutto sogno e bastasse dormire per cancellarlo e tutto tornasse come prima. Avrei bevuto il caffè, mi sarei vestita e sarei andata in ufficio, come sempre. Ma ovvio che non era così. Sul cellulare scorrevano le immagini, gli annunci, i messaggi degli amici. Tre giorni dopo mi unii alla marea di gente che scappava dalla capitale verso le provincie occidentali . Occorsero otto ore per riuscire a prendere un treno diretto a Leopoli. La mia fuga si fermò solo a Varsavia», racconta Nataliia Pirak, che ha 37 anni, il 31 maggio è tornata a casa sua e adesso ha ripreso la sua attività di commerciante all’ingrosso nel campo dell’abbigliamento femminile.
Per la 34enne Irina Vasilchenko, assieme al marito Alexander di 37, la figlia Alexandra di un anno e mezzo e i loro due gemelli di sette, la fuga inizia prima e termina ancora più lontano: a Borghetto di Barbera, nel Piemonte meridionale , dove vengono accolti da una famiglia locale. «La mattina del 24 ci mettemmo tutti in auto alle sette. La sera prima Alexander aveva fatto il pieno. C’era un traffico infernale, ma già la sera eravamo in Polonia. In Italia siamo poi rimasti sei mesi. A settembre siamo tornati, credevamo fosse tutto finito. Ma in realtà la guerra continua . Ora sappiamo che Putin non può prendere Kiev, siamo più forti, eppure l’incertezza resta», spiegano. Alexander lavora per una grande televisione di Kiev. Ma anche lui ammette di essere stato colto di sorpresa. «Certo la guerra era nell’aria. Se ne parlava da mesi. Ma sinceramente non credevamo che Putin volesse occupare Kiev e in realtà prendersi il Paese intero . Si pensava che ci sarebbe stata un’operazione limitata per allargare l’occupazione russa del Donbass», dice.
Solo coloro che avevano già subito l’aggressione russa nel 2014 tra Donbass e Crimea erano molto più preparati . È il caso del 32enne Kostas Stasiv, che nove anni orsono vide le forze speciali di Putin invadere la Crimea e un anno fa stava a Poltava, nella regione a metà strada tra la capitale e Kharkiv. «Sapevo che Putin voleva tutto e non avrebbe esitato di fronte a nulla. Però non pensavo che la guerra sarebbe stata tanto violenta . Tutto sommato in Crimea nel 2014 si era sparato molto poco», racconta. Chi aveva contatti con i miliari venne avvisato in anticipo. «Lavoravo già nel volontariato e da giornalista per Radio Jam qui a Kiev. Alle otto di sera del 23 febbraio mi chiamò un amico ufficiale che ha ottimi contatti con la nostra intelligence. Corri a fare il pieno di benzina, l’attacco avverrà entro 8 e 12 ore . Poi sarà il caos, mi disse. Con mia moglie Elena avevamo già deciso che in ogni caso saremmo rimasti per partecipare alla difesa della città. Avevamo accumulato decine di bottiglie Molotov sul balcone , un vicino di casa poteva darci un fucile e due pistole. Saremmo stati partigiani», ricorda il 40enne Youri. La loro scelta non fu poi così rara.
Almeno la metà dei quattro milioni di abitanti della capitale aveva optato per restare . In cuor loro in fondo non credevano che Putin avrebbe osato tanto. Però erano pronti. Come poi noi giornalisti potemmo verificare nei giorni seguenti. Se l’esercito russo fosse davvero entrato in città, sarebbe iniziata una tragica guerriglia urbana strada per strada, palazzo per palazzo, casa per casa. Gli aiuti militari occidentali certo oggi fanno la differenza, ma già nelle prime ore dell’invasione nella testa di tanti ucraini Putin non sarebbe riuscito nel suo progetto di annessione . La guerra partigiana era pronta e ben oliata.
Il faccia a faccia tra l’inviato cinese Wang Yi e Putin mercoledì al Cremlino: tavolo stretto, come le relazioni Russia-Cina
Rispettare sovranità e integrità territoriale di tutti i Paesi, grandi e piccoli, ricchi e poveri; cessate il fuoco; ripresa dei negoziati di pace. Ha messo questi obiettivi la Cina in testa al documento che il capo della politica internazionale del Partito aveva portato in giro per l’Europa (e a Mosca) negli ultimi dieci giorni propagandando l’iniziativa. Il documento è in 12 punti, il numero che il suo messaggero Wang Yi aveva comunicato ai suoi interlocutori europei per dargli il peso di un’iniziativa strutturata. Ed è stato finalmente pubblicato sul sito del Ministero degli Esteri di Pechino questo 24 febbraio , primo anniversario dell’invasione russa all’Ucraina che Xi Jinping e compagni non hanno mai chiamato invasione. Titolo: «Posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina».
Punto 1 : «Rispetto della sovranità di tutti i Paesi». Poche ore prima, a New York l’Assemblea generale dell’Onu aveva votato a stragrande maggioranza una risoluzione per una pace «complessiva, giusta e duratura». La Cina si è astenuta. L’ obiettivo dichiarato dei due pronunciamenti è la soluzione pacifica, ma quello delle Nazioni Unite parte dal presupposto del ritiro incondizionato delle forze russe dal territorio ucraino. Il documento elaborato dalla diplomazia cinese dopo un anno di reticenza, ambiguità e sostanziale appoggio alla Russia non chiede il ritiro dell’armata di invasione .
Ha avuto gioco facile il Consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca nel commento negativo : «La proposta cinese si sarebbe dovuta fermare al primo punto: la richiesta di rispetto della sovranità di tutti i Paesi», ha detto Jake Sullivan. «Perché questa guerra potrebbe terminare domani , se la Russia smettesse di attaccare l’Ucraina e ritirasse le sue forze. Non è stata l’Ucraina ad attaccare la Russia, non è stata la Nato, non sono stati gli Stati Uniti. Questa guerra è stata decisa da Vladimir Putin».
Il punto 2 della posizione cinese invece invoca «l’abbandono della mentalità da Guerra Fredda» , che Pechino attribuisce immancabilmente agli americani e alla Nato. La frase chiave nel capitolo è «la sicurezza di una regione non dev’essere perseguita rafforzando o allargando i blocchi militari»: come dire che la Russia si è sentita minacciata dall’avvicinamento dell’Ucraina democratica all’Occidente . E poi la sottolineatura che «i legittimi interessi di sicurezza e le preoccupazioni di tutti i Paesi debbono essere trattati con serietà e ricevere risposte appropriate». E anche qui, il riferimento è alle «preoccupazioni e agli interessi» di Mosca.
Resta il fatto che, per la prima volta, la Cina mette per iscritto il proprio pensiero su questa guerra che la allarma perché rischia di compromettere il suo rapporto (commerciale) con gli occidentali e l’accesso alle tecnologie avanzate sviluppate dai Paesi dell’Unione europea, dopo che gli Stati Uniti hanno già imposto fortissime restrizioni all’esportazione del know-how della loro industria.
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La votazione per la risoluzione di pace dell’Onu (foto Ap/John Minchillo)
Risoluzioni di pace a confronto. Dopo quella approvata giovedì pomeriggio dall’Onu, con 141 voti a favore del raggiungimento di una pace «comprensiva, giusta e duratura» che chiede il ritiro immediato e senza condizioni della Russia dai territori dell’Ucraina, poche ore più tardi (alle 8 di giovedì sera di New York, le 9 del mattino di venerdì a Pechino) la Cina pubblicato quello che nei circoli diplomatici è diventato noto come il suo «piano di pace» in 12 punti . Il testo porta il titolo: «La posizione della Cina nella risoluzione politica della crisi ucraina». La Repubblica popolare, che si presenta come un mediatore neutrale, lancia un velato avvertimento a Mosca (sebbene non menzionata esplicitamente) ad evitare l’escalation nucleare, mentre è agli Usa e agli alleati dentro e fuori la Nato (neanche loro esplicitamente menzionati) che è diretta la richiesta di «abbandonare la mentalità da Guerra fredda» e di sospendere le «sanzioni unilaterali».
L’amministrazione Biden da giorni solleva dubbi sull’idea che un piano cinese possa avere successo , mentre ritiene concreta la possibilità — avanzata anche in Germania dallo Spiegel , che parla di droni kamikaze, ndr — che Pechino fornirà armi alla Russia . «La Cina cerca di vestire un falso manto di neutralità, mentre invece approfondisce i legami con la Russia dal punto di vista politico, diplomatico, economico e potenzialmente anche sulla sicurezza», ha detto il portavoce del dipartimento di Stato Usa Ned Price. La risoluzione Onu per la pace viene definita invece «una dimostrazione travolgente dell’appoggio all’Ucraina e una chiara difesa della libertà di tutti i popoli» dal consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan. Il numero dei voti a favore (141 su 193 stati membri dell’Assemblea generale) è lo stesso che si registrò nella risoluzione Onu del 2 marzo scorso , a dieci giorni dall’invasione.
Sette Paesi hanno votato contro, ma molti altri si sono astenuti (32) o hanno saltato il voto , inclusi Cina, India, Sudafrica. Durante quest’ultimo anno molte di queste nazioni «neutrali» hanno fornito un appoggio economico o diplomatico cruciale alla Russia. C’è una coalizione occidentale che resta unita, ma il tentativo di convincere il resto del mondo a isolare la Russia non è mai riuscito . Anziché dividersi in due il mondo si è frammentato, come illustra bene una infografica multimediale del New York Times . Una parte ampia del pianeta vede l’invasione russa come un problema primariamente europeo e americano . Anziché considerarla una minaccia esistenziale, questi Paesi sono preoccupati di proteggere i propri interessi nel contesto degli effetti geopolitici causati dall’invasione. Un paesaggio che ricorda i paesi Pon allineati ai tempi della Guerra fredda, ma in un mondo maggiormente interconnesso.
Il primo ministro giapponese Fumio Kishida, prima di collegarsi per la riunione del G7 (foto Epa/Stanislav Kogiku )
(Viviana Mazza ) Oggi, venerdì 24 febbraio, a un anno esatto dall’inizio della guerra, il presidente Joe Biden si collegherà in remoto con gli altri leader del G7 (Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia e Giappone) e con il presidente Volodymyr Zelensky alle 9 di Washington (le 15 italiane), mentre poco dopo a New York il segretario di Stato Usa Antony Blinken ribadirà «l’incrollabile» appoggio all’Ucraina in un incontro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nell’ambito del G7 gli Stati Uniti e gli alleati hanno annunciato una serie di misure aggiuntive , tra sanzioni alla Russia e a chi ne appoggia lo sforzo bellico, aiuti militari e assistenza ai civili per l’Ucraina e promesse di giustizia internazionale.
I leader del G7 hanno annunciato la creazione di un Meccanismo di coordinamento per l’applicazione delle sanzioni , al fine di evitare l’aggiramento delle misure finora approvate. Verrà guidato dagli Stati Uniti nel primo anno. Uno dei problemi centrali per l’efficacia delle sanzioni contro la Russia è che molti Paesi hanno aumentato le esportazioni (inclusa la Cina e la Turchia) o le importazioni (come l’India con il petrolio russo). Per assicurare che la Russia paghi per la ricostruzione nel lungo periodo, i Paesi del G7 continueranno a tenere «congelati» i fondi sovrani russi fino a che non ci sarà una risoluzione del conflitto che affronti la violazione russa della sovranità e integrità dell’Ucraina. Impegni per nuove sanzioni su 200 individui ed entità , che operano nei settori di energia, estrazione di minerali, finanze, difesa e industria. Il G7 prende di mira la Russia e altri soggetti che ne appoggiano lo sforzo bellico in Europa, Asia e Medio Oriente, inclusi personaggi che operano per conto di Mosca in Ucraina o che aiutano ad evadere le sanzioni. Il dipartimento del Commercio americano ha annunciato restrizioni sulle esportazioni (di semiconduttori e altre tecnologie) includendo nella lista nera 90 compagnie russe e di altri Paesi, inclusa la Cina, per aver violato le sanzioni e aver fornito appoggio alla difesa russa. Il G7 tenterà una armonizzazione delle misure prese dai vari Paesi ed emanerà nuove sanzioni per evitare che componenti trovate nei droni iraniani arrivino sul campo di battaglia in Ucraina. È una mossa che rende conto della difficoltà di tagliare la fornitura di equipaggiamenti militari alla Russia, come le munizioni per artiglieria dalla Nord Corea (ma anche la Cina, per esempio, ha continuato a fornire microchip che possono avere usi anche militari oltre che civili), sebbene Mosca soffra evidenti carenze di armi di precisione. Un aumento dei dazi sui prodotti russi (100 metalli, minerali e prodotti chimici per il valore di 2,8 miliardi di dollari in Russia) importati negli Stati Uniti (inclusi alcuni come l’alluminio, che fanno competizione a quello made in Usa). Aiuti militari: oltre al 32esimo pacchetto di aiuti, annunciato all’inizio della settimana, dagli Stati Uniti vengono inviati nuovi droni e strumenti per la difesa aerea , munizioni per l’artiglieria e Himars, equipaggiamenti per lo sminamento. Dagli Usa partono anche 9,9 miliardi in finanziamenti sotto forma di sovvenzioni , approvati dal Congresso, per la sanità, l’istruzione e i servizi di emergenza, erogati attraverso la Banca Mondiale. Per l’infrastruttura energetica, Washington prevede un terzo invio di materiali per la rete elettrica, inclusi generatori mobili . Ciò fa seguito alla fornitura da parte dell’Agenzia Usaid di una centrale elettrica mobile con turbine a gas naturale che può generare elettricità per 100mila case ucraine. Giustizia internazionale: la vicepresidente Usa Kamala Harris ha annunciato a Monaco che il dipartimento di Stato ha determinato che membri delle forze russe hanno commesso crimini contro l’umanità in Ucraina. Washington si impegna a condurre e appoggiare indagini sia a livello nazionale in Ucraina che «attraverso le Nazioni Unite , la missione stabilita sotto il Moscow Mechanism dell’Osce, la Corte penale internazionale e altri strumenti». Questo era un punto che Kiev avrebbe voluto affrontare più nettamente nella risoluzione Onu, chiedendo la creazione di un tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione, ma è stato sconsigliato dagli alleati che hanno assistito gli ucraini nella stesura, per paura di perdere voti nell’Assemblea generale.
Nell’anniversario dell’invasione gli alleati trasmettono segnali di solidarietà concreta . Gli Usa sono pronti con un nuovo pacchetto d’aiuti militari (2 miliardi di dollari) che prevede munizioni per cannoni e Himars, droni, apparati di comunicazione. La Svezia ne ha annunciato uno da 50 milioni di dollari per il settore civile/umanitario. L’Australia invierà altri droni. Il messaggio è doppio : sostenere la difesa e smentire la scommessa di Putin sulla «stanchezza» dell’Occidente.
L’esperta Dara Massicot in un’analisi sul New York Times scrive: l’Armata russa è come una vettura con il cambio rotto , non può aumentare la velocità però continua ad andare avanti. E non importa se i pezzi di ricambio sono vecchi e i guidatori non sempre preparati (mia sintesi, nda ). Il Cremlino, al momento, non bada alle perdite mostruose .
Kiev ha fornito dati sulla campagna d’attacco degli invasori. Dal 24 febbraio 2022 hanno condotto 5 mila strikes missilisti e 3.500 incursioni aeree , quasi mille i droni impiegati sulle aree urbane ucraine. La strategia del terrore non ha però piegato la determinazione di chi si difende.
Un’aula dell’università di Kharkiv (foto Afp/Sergey Bobok)
Per primo lo scrisse Eschilo, grande drammaturgo greco vissuto tra il VI e il V secolo a.C.: «In guerra la verità è la prima vittima». L’adagio è valido ancora oggi, come confermano le analisi sulla disinformazione riguardo il conflitto in Ucraina di NewsGuard , una piattaforma statunitense che verifica l’affidabilità delle notizie che circolano in rete. Nel primo anno della guerra, NewsGuard ha identificato — attraverso il suo Centro di monitoraggio della disinformazione sul conflitto Russia-Ucraina, aggiornato anche in italiano — almeno 358 siti che diffondono oltre cento narrazioni false sull’invasione russa . Dall’analisi dei contenuti emerge che queste notizie vengono pubblicate con cadenza sempre maggiore: solo negli ultimi quattro mesi, 36 nuove bufale sono comparse sul web e 94 nuovi siti di disinformazione sono stati identificati.
La maggior parte del centinaio di notizie fasulle che circolano tramite queste pagine negano le atrocità commesse dai soldati moscoviti in Ucraina, oppure ne incolpano gli ucraini . Ma ci sono anche false ricostruzioni che ingigantiscono i successi militari di Mosca oppure che parlano del coinvolgimento di truppe della Nato lungo i fronti. Ognuno dei 358 siti individuati ha diffuso almeno una delle 105 falsità in cui si sono imbattuti i giornalisti di NewsGuard . Le grandi piattaforme del web come Google e i social come Facebook e Twitter hanno preso provvedimenti nei riguardi di una manciata di pagine, e lo hanno fatto solo perché richiesto dai regolamenti europei: ad esempio, hanno bandito i contenuti di RussiaToday e Sputnik News , due testate collegate direttamente al Cremlino, solo quando l’Unione europea ne ha vietata la distribuzione.
Eppure, le bufale continuano a circolare senza troppe difficoltà . Lo dimostrano i «documentari» prodotti dalla stessa RussiaToday e diffusi attraverso il sito Rtd.Rt.com . In questi dodici mesi, Rt ha distribuito 50 film propagandistici che diffondono disinformazione sul conflitto : YouTube aveva messo al bando i media finanziati da Mosca già lo scorso marzo, ma NewsGuard ha identificato oltre 100 canali che hanno pubblicato i film e hanno totalizzato oltre mezzo milione di visualizzazioni. Una conferma di un modus operandi che fa affidamento sia su fonti ufficiali che su account anonimi : «Il Cremlino continua a cercare di confondere e convincere l’opinione pubblica da ogni parte del mondo, attraverso la sua incessante campagna di disinformazione», spiega il giornalista Steven Brill, ad di NewsGuard insieme a Gordon Crovitz, con cui ha fondato la piattaforma nel 2018.
Infine, c’è la questione della pubblicità con la quale questi siti possono sopravvivere (e, in un caso su tre, persino guadagnare). Perché se è vero che moltissimi marchi occidentali hanno tagliato i ponti con la Russia, gli algoritmi che distribuiscono le inserzioni sul web continuano a posizionare su queste pagine le réclame di centinaia di aziende inconsapevoli . Google, per esempio, pubblica ancora oggi annunci su Pravda , una testata web di proprietà di un alleato di Putin. Pravda ha scritto, tra le altre bufale, che gli Stati Uniti starebbero sviluppando armi chimiche con cui colpire le popolazioni di etnia russa. Il problema è anche legale , perché il sostegno pubblicitario ai diffusori di propaganda russa costituisce una violazione del Codice di buone pratiche contro la disinformazione della Commissione europea, che invita gli inserzionisti a rimuovere i propri annunci dalle testate e dalle pagine che rilanciano disinformazione russa.
È passato un anno dall’alba del 24 febbraio 2022. Ricordate ancora che cosa avete pensato svegliandovi quella mattina, che cosa avete provato alla notizia che era scoppiata una guerra in Ucraina, la guerra in Europa? Bombardamenti e tank con la Z rossa sul fianco lanciati alla conquista di un aeroporto da cui straripare verso Kiev, Odessa, fino forse a Leopoli? Città congelate nella nostra memoria che siamo corsi a recuperare sulle mappe , archiviate nei nostri raccoglitori analogici alla voce «fine della storia». O, se non proprio della Storia, almeno delle storie da guerra fredda.
Sicuramente sappiamo che cosa pensava Vladimir Putin al Cremlino , all’angolo di quel tavolo immenso di cui avremmo imparato a prendere le misure. Pensava che sarebbe stata «un’operazione speciale», una o due settimane, una discesa in contromano rispetto a una manciata di anni (l’Ucraina è indipendente dal 1991) ma nel solco millenario della Grande Russia indivisa/indivisibile. E poi, all’altro angolo, seduto su uno sgabello di legno verde, non c’era un vero leader, un capitano o uno zar, ma un ex attore che era diventato presidente della Repubblica in una serie tv e poi nella vita. Una realtà discesa dalla fiction quanto poteva mai durare?
Non un mese, non un anno intero... Nessuno avrebbe scommesso sul popolo ucraino, sull’attaccamento alla democrazia da parte di una nazione così fresca, ancora in prova con sé stessa, sulla sua capacità di restare unita sotto assedio e di combattere — sostenuta dalle armi e dalla tecnologia di molti alleati, certo, ma fondamentalmente sola sul terreno — per ogni villaggio o incrocio strategico, anche quando la battaglia è raccolta dentro il perimetro di un campo da calcio su cui si avanza e indietreggia nella desolazione . Come succedeva durante il Primo conflitto mondiale, quando sembrava non arrivasse nulla di nuovo dal fronte.
Nessuno avrebbe immaginato di dover contare tanti morti sotto i bombardamenti, i colpi di artiglieria, i missili. E di assistere alla coscrizione di migliaia e migliaia di giovani russi, destinati a diventare – fuor di metafora – carne da cannone. Trecentosessantacinque giorni dopo la prima alba di guerra su Kiev , siamo qui a proporvi un approfondimento sul conflitto che ha cambiato il mondo: sulle conseguenze che mese dopo mese hanno inciso sulle nostre giornate e sugli scenari che si apriranno nel 2023 . Tormentati da molte domande e cercando alcune risposte possibili, sappiamo che vale ancora quello che disse Raphaël Glucksmann un inverno fa: se i russi depongono le armi, finisce la guerra; se lo fanno gli ucraini, finisce l’Ucraina.
La homepage dove trovare tutti gli articoli. La mappa interattiva per seguire avanzate e controffensive. Ci sarà l’escalation del conflitto? Rispondono Guido Olimpio e l’autore di questa newsletter. Putin può cadere e la Russia sgretolarsi? L’analisi di Paolo Valentino. Zelensky è ancora un eroe senza macchia? Il ritratto di Francesco Battistini. Biden è stato promosso sul campo? Lo scenario di Massimo Gaggi. Putin può essere processato? Risponde Marilisa Palumbo. «Un tribunale speciale? Decide l’Onu e l’Ue coinvolga il resto del mondo» . Viviana Mazza intervista Oona A. Hathaway, docente di Diritto internazionale a Yale. Armi: quale è il vero ruolo dell’Italia? I nostri aiuti messi in fila da Francesco Verderami.
Peter Obi, a sinistra, stringe la mano al vecchio Bola Tinubu, il favorito nella corsa alla presidenza (foto Ap/Bayo Omoboriowo)
Una poltrona per tre: in Nigeria, il gigante traballante dell’Africa, domani 93 milioni di votanti (su una popolazione di 220 milioni di abitanti, 100 milioni poveri, la metà dei quali non supera i 18 anni di età) sono chiamati a eleggere il nuovo presidente dopo otto lunghi anni passati sotto il comando dell’inutile Muhammadu Buhari. Tra due soliti vecchi contendenti, c’è un outsider che sembra avere galvanizzato il pubblico più giovane (metà degli elettori ha meno di 30 anni): si chiama Peter Obi e di anni ne ha «soltanto» 61. Un miliardario laureato in filosofia che si vanta di avere due paia di scarpe e un figlio maestro elementare.
Come sempre doveva essere una partita tra dinosauri del potere : Bola Tinubu, 70 anni, ex governatore (ed eterno «padrino») di Lagos, candidato del partito di governo (All Progressives Congress) contro lo sfidante del principale partito di opposizione (People’s Democratic party) Atiku Abubakar, 76 anni, 4 mogli e 28 figli. Doveva essere la solita storia della solita Nigeria : una sfida tra due consorterie sostanzialmente affini (con formidabili apparati), due partiti che hanno dominato la scena politica (dopo la fine della dittatura militare nel 1999) rappresentati da due vecchi politici spesso accusati (e mai giudicati) per corruzione , due volpi che hanno fatto i soldi con il petrolio (di cui la Nigeria è il primo scalcagnato produttore in Africa) e i giri o raggiri di affari tra pubblico e privato. Con le solite promesse : Abubakar è al sesto tentativo presidenziale (il primo nel ’92), mentre il favorito Tinibu ha un programma e una postura «alla Buhari» (sicurezza, crescita economica) e un cappellino (due anelli di catena spezzata a formare un otto orizzontale) che pare l’unico punto di novità del suo bagaglio elettorale.
Peter Obi ha un bagaglio più frugale come la sua reputazione : un miliardario laureato in filosofia che ha fatto i soldi con il business di famiglia delle importazioni (dai fagioli in scatola allo champagne) e ha fatto campagna senza portaborse, portando lui stesso la sua valigetta elettorale . Dice con orgoglio di possedere solo un paio di scarpe nere (Marks and Spencer) e di preferire gli abiti da 200 dollari di Stein Mart ai completi Tom Ford da 4 mila che sfoggiano altri. Dopo quattro anni come governatore dello Stato di Anambra, ha lasciato le casse piene di denaro pubblico (cosa non da poco non solo in Nigeria). Obi è padre orgoglioso di due figli, uno dei quali fa il maestro elementare (cosa rara). In questi mesi ha saputo accendere le speranze di una marea crescente di supporter soprattutto tra i giovani delle città (che con un gioco di parole si fanno chiamare OBIdients , gli obbedienti).
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