La crisi Credit Suisse e le Borse, in diretta
Quest’autunno mancheranno tra le 150 e le 200 mila tonnellate di bottiglie di vetro. La carenza sta avendo ripercussioni su diversi settori, a partire da quello del vino. Il rischio è che tra dicembre e gennaio ci si ritrovi a non avere bottiglie sufficienti per coprire gli ordini, che soprattutto per l’export sono già molto avanti. «Il prosecco, ad esempio, in questo momento ha quasi più ordini che vino: sul fronte della produzione non ci sono problemi, ma non possiamo dire lo stesso per quel che riguarda il packaging. Ci sono oltre 700 milioni di bottiglie già vendute, ma se manca il vetro c’è il rischio che non vengano consegnate tutte», spiega Vittorio Cino, direttore generale di Federvini. «Il problema della mancanza di bottiglie di vetro sta colpendo i produttori di vino in modo trasversale, ma i più piccoli che hanno contratti meno blindati con i fornitori di bottiglie e minor possibilità di fare stock sono quelli che soffrono di più», aggiunge Cino.
La dipendenza dall’Ucraina
All’origine del problema ci sono diversi fattori: il caro energia, i ritardi delle catena delle forniture, i rincari delle materie prime, la crisi della logistica. Per esempio la soda, fondamentale nella produzione del vetro, veniva importata dal Donbass, regione al centro della guerra fra Russia e Ucraina. Se è vero che il caro materie prime e i colli di bottiglia determinati dal conflitto stanno colpendo tutti i Paesi Ue, le difficoltà legate alla carenza di vetro hanno effetti più pesanti sul settore del vino italiano rispetto a quello francese o spagnolo. «Questo è dovuto alla diversa struttura delle filiere - spiega il direttore di Federvini - La Francia ha più forni e quindi un maggior produzione nazionale. Francesi e spagnoli inoltre dipendono meno dall’Ucraina e hanno altre fonti di approvvigionamento. Quindi i prezzi del vetro da loro sono meno alti rispetto all’Italia».
Dei circa 5 milioni di tonnellate di bottiglie di vetro prodotti ogni anno, 200 mila venivano prodotti in Ucraina, spiega Assovetro. «Una bottiglia su cinque veniva importata, non solo da Ucraina o Russia ma anche da Paesi come Portogallo e Turchia - dice Marco Ravasi, presidente di Assovetro - Le difficoltà legate alla guerra si sono sommate ai problemi legati ai costi del trasporto e alla logistica che hanno prodotto ritardi nelle forniture e strozzature nella supply chain». E i produttori italiani hanno fatto fatica a sopperire a questa mancanza. «Inoltre per paura dell’aumento dei costi delle materie prime - continua Ravasi - Molti grandi produttori hanno iniziato a fare stock di bottiglie. Chi si è mosso tardi o non aveva una catena acquisti che gli consentisse di fare lo stesso si è trovato in difficoltà».
Rincari del 6,6% per le bottiglie di vino
Secondo un’indagine dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly il surplus dei soli costi energetici (+425 milioni di euro) e, di conseguenza, delle materie prime secche (oltre 1 miliardo in più per vetro, carta, cartone, tappi, alluminio) valgono da soli un aumento dell’83% rispetto ai budget di inizio 2022 per la produzione del vino. A questi si aggiungono altre voci in incremento che portano a un aumento dei costi totali di quest’anno del 28%. L’incremento dei listini stimati dall’Osservatorio nei primi 9 mesi di quest’anno è infatti del 6,6%, un dato positivo ma insufficiente per coprire una variazione al rialzo dei prezzi che le imprese hanno richiesto nell’ordine dell’11%. Il gap equivalente è pari a 600 milioni di euro di costi non coperti da ricavi che il vino italiano è costretto a sostenere per rimanere sul mercato.
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